Addio a Don Michele Cogliani, custode di arte e memoria

Si è spento, lo scorso sabato, don Michele Cogliani, figura di parroco intellettuale, attivo soprattutto nella Baronia. Don Michele era ben noto ai nostri lettori ma anche alla nostra redazione dove spesso si recava per salutare e comunicare le sue imprese. Nacque il 24 gennaio del 1934, a Castel Baronia da famiglia di umili contadini, fu battezzato nella parrocchia di Sant’Euplio Martire. Fin da piccolo mostrò propensione per la vocazione religiosa così da ragazzo entrò nell’ordine dei Padri Mercedari nel santuario di Carpignano. Nel 1959, a 25 anni, venne ordinato sacerdote, a Roma, subito dopo celebrò la sua prima messa nel santuario della Modonna delle Fratte a Castel Baronia, con grande acclamazione del popolo. Tornò poi a San Felice in Circeo, presso Roma dove svolse attività apostolica vicino ai giovani dei campi. In seguito lasciò l’ordine monastico ed entrò nella diocesi di Lacedonia, divenuta poi diocesi di Ariano Lacedonia nel 1982. Fu vicario parrocchiale per alcune parrocchie della diocesi. Il primo agosto 1980 divenne parroco di Trevico. Nello stesso anno il terremoto danneggiò molti beni della cittadina, ma grazie al sisma, don Michele scoprì l’esistenza della cripta sotto la cattedrale. Subito si adoperò per far partire i lavori di ristrutturazione, che furono agevolati da una donazione di 70 milioni di lire, da sua sorella Teresa Cogliani, residente in America. A Trevico ricordano il parroco intento a rimuovere le pietre per aiutare i cittadini e gli operai, tra le macerie. La cattedrale fu riaperta al pubblico il 1998. Intanto per la celebrazione creò la chiesetta-baracca, di Santa Lucia a Molini, si fece poi donare altri prefabbricati, trasformandoli in chiese: una a Farullo intitolata al Cuore Immacolato di Maria e una al Sacro Cuore di Gesù e San Gerardo, a Lungarella, dove poi creò l’oratorio per i giovani. Comprendeva che con la neve i fedeli non salivano il monte per l’ascolto della santa messa, c’era quindi bisogno di un luogo più comodo per ogni contrada. Nel 1982, con altri intellettuali irpini tra cui il giudice Cuoco, fondò l’Associazione Mancini con una sua rivista “Vicum”, per la quale ho avuto onore di scrivere per molti anni. A dirigere questa rivista è stato il prof. Salvatore Salvatore. Don Michele è stato anche insegnante di religione in scuole medie e superiori. Il 2003 fu un anno di preparativi per il diciassettesimo centenario della morte di Sant’Euplio martire catanese e patrono di Trevico. Fu l’occasione per iniziare una serie di ricerche che facessero luce sulla figura del santo, creò quindi il Centro Studi Eupliani cui erano iscritte grosse personalità del mondo accademico, anche io, nella mia piccolezza, ebbi questo onore. Intensificò i rapporti con la Sicilia, con gli studiosi del culto, con esperti di università, filologi, storici, antropologi, fino ad ottenere il permesso e i proventi per una ricognizione scientifica delle sacre reliquie presenti in Trevico. Ma la vita gli riservava una grande prova che, il buon Dio e il suo Sant’Euplio, gli permisero di superare. Un incidente mortale, sulla strada che lo portava a casa da Trevico, lo ridusse in fin di vita. Restò schiacciato per tre ore sotto la sua auto finchè non arrivarono i soccorsi. Costretto in ospedale per mesi non potette assistere ai festeggiamenti agostani per Sant’Euplio. A Ottobre tornò in parrocchia e mise a punto la chiusura dell’Anno Eupliano con la ricognizione che avvenne nel febbraio del 2005, effettuata dal dott, Francesco Mallegni dell’università di Bologna. Gli studi finali condussero alla certezza quasi assoluta che le ossa appartengono al santo catanese. Anche la ricerca storica condusse a risultati confacenti. Don Michele ha sempre appoggiato le attività culturali e quanti fanno cultura. Dal 2004, anno in cui l’ho incontrato, ho sempre visto in lui un personaggio tenace, arguto, attento al momento storico e alle sue pecorelle, sempre aperto a comprendere la spiritualità del prossimo. Una volta mi disse: “Tu non sarai una cattolica fervente ma hai una profonda spiritualità” e rispettava il mio pensiero. Mi affidava sempre incarichi importanti ed amava tenermi al suo fianco presentandomi come “la giornalista” perché per lui quel titolo era significativo. Sapeva benissimo che attraverso la mia penna poteva comunicare al mondo le sue iniziative fossero esse di carattere religioso, come la venuta a Trevico della copia della Sindone, o culturali come i festeggiamenti per Parzanese, perfetto sconosciuto se non lo si fosse ripescato dal dimenticatoio. Lui amava radunarci nei locali della parrocchia e sentirsi attorniato da cultura e affetto, spesso era presente il prof. Paolo Saggese con i poeti del Sud, altre volte erano protagonisti i pittori e toccava a me organizzare l’estemporanea o la collettiva. A Natale bisognava andare ad allestire il presepe, e qualche Trevicano si è chiesto perché dovevo andare proprio io da Benevento a fare questo lavoro, con tanti capaci in paese. Non saprei dirvi, mi chiamava ed io andavo per amore di Trevico, dove mi sentivo più vicino al cielo, per Vicum, la prima rivista per cui ho scritto seriamente, per l’Associazione Mancini pur non sopportando molto il risorgimentale personaggio cui era dedicata. I cento chilometri di andata e ritorno non mi son mai pesati, finchè don Michele ha chiamato sono andata. Continuammo a frequentarci, anche quando diede le dimissioni da Trevico, ormai la salute gli impediva di proseguire nel suo ministero. Ogni tanto gli facevo da autista, si andava ad Anzano per la Madonna dei Quattro Confini, o si andava a Lagopesole a trovare suor Cristina di Gesù Crocefisso, nel suo santuario costruito tutto sotto la sua direzione. Si mangiava insieme e poi si rientrava. Altre volte, in comitiva, col giudice Roccia, Antonio Bianco, Gerardo Solimine ed altri amici, si proseguiva per Acerenza, Pietragalla, o sulle tracce di Parzanese verso il Laceno. Qualche volta la nebbia era così fitta sul monte che potevi tagliarla come il pane, ma bisognava andare, una volta perché era la Madonna della Libera, un’altra il compleanno di don Michele, un’altra l’anniversario del sacerdozio. Anche lui si avventurava con la sua panda e veniva a trovarci in azienda ma non si fermava mai a pranzo, a differenza ci voleva assolutamente suoi ospiti, per consigli sulla conduzione del terreno, per difficoltà col pc, per la venuta di Teresa dall’America. Negli ultimi anni il suo carattere spigoloso si era accentuato, anche l’età faceva la sua parte, qualche volta non comprendevo quello che mi chiedeva e mi arrabbiavo, ma lui metteva subito tutto a posto e rinnovava l’invito per andare a pranzo in Valle Ufita. Aveva conquistato anche la stima del mio consorte che coi preti non ha avuto mai un gran rapporto. L’ultima volta che andammo a Castel Baronia cucinammo insieme mentre mio marito provvedeva a mantenere accesa la vecchia fornacella. Dopo il caffè ci portò a fare il giro dell’azienda e della casa mostrandomi le pareti tappezzate coi quadri che negli anni mi aveva commissionato. Mi teneva ancora il muso per quei due pezzi donati al comune di Castel Baronia, “Le lavannare di fontana Mancini” e il “Mascherone”, li voleva lui e me li avrebbe pagati come tutti gli altri. Si, perché don Michele non ha mai approfittato del lavoro di alcuno, sia esso uno scritto, un disegno o un quadro, una scultura. In questi anni ha usufruito di tutte le mie capacità professionali riconoscendole come non altri. Se dovessi giudicarlo oggi direi che è stato un grande mecenate, amante del bello, della cultura, fosse anche essa atea, perché sapeva confrontarsi, era un intellettuale di spessore, le sue conoscenze erano profonde, basate su studi filosofici, teologici, storici. Gli accademici che lo hanno approcciato riconoscevano in lui una grande cultura, quella classica, uomo di larghe vedute, intuitivo, precursore dei tempi. In Sicilia lo hanno ricordato con belle parole in articoli, messe e cerimonie di commemorazione in più luoghi, là dove era arrivato con le ricerche per l’amato Euplio. Nessuno è profeta in patria tanto meno chi è molto attivo, rischia sempre di farsi fraintendere, di attirare invidie. Don Michele aveva esagerato, voleva realizzare troppe cose, in un periodo, inoltre, quello post terremoto, che pullulava di faccendieri, mazzette e approfittatori. In questo guazzabuglio lo confusero i malpensanti convinti che avesse a cuore il denaro e i propri interessi, io che gli sono stata vicino abbastanza ho conosciuto in lui una persona sempre in cerca di aiuti ma non per se stesso o per la sua famiglia, lui indossava sempre lo stesso pantalone e lo stesso berretto, la sua casa era umile e a volte cucinava anche sulla fornacella a legna. L’aiuto che cercava era per ristrutturare le chiese di Trevico, pubblicare dei testi, aiutare qualche pittore acquistando i suoi quadri, comprare una nuova statua della Madonna, in legno di cirmolo, lassù in Trentino. Se incontrava qualcuno che poteva essere di sostegno ai suoi progetti lo portava subito a Trevico e gli mostrava gli affreschi nella cripta, la cattedrale, la chiesa di Mulini da finire. Nessuno più di lui si è adoperato per valorizzare il paese nel giro di trent’anni. Lo hanno fatto i sindaci nei loro mandati, ricordo la pazienza di Antonio Picari nei continui battibecchi, lo ha fatto Mariangela Cioria con le sue ricerche di antropologia e la sua associazione “Irpinia Mia”, ma don Michele, col suo apostolato ha coperto tutti gli aspetti del vivere civile e religioso lasciando numerose testimonianze. Trevico dovrebbe trovare un modo per ricordarlo.

Il Can Dante nel pollaio

una favola di Margherita Tirelli

 CAPITOLO PRIMO

Can Dante

E’ un dato di fatto che esistono tantissimi tipi di cani : il cane da pastore, il cane da slitta, il cane da caccia e altri tipi ancora.  Dante è un cane da pollaio.
Lui è un batuffolo scuro, con varie macchie bianche sparse un po’ sul piccolo corpo, e con una vivace frangia arruffata e bene infoltita dagli anni sui suoi dolci occhi. Se ne sta appollaiato su di un vecchio barile rosso nel pollaio, guarda le rumorose gallinelle che razzolano e svolazzano tutto il tempo e non sembrano affatto infastidite o intimidite dalla sua presenza. Eh, sì. Ormai Dante sa bene che con tutti quei pennuti dovrà farci i conti fino alla fine dei suoi anni!
Più in là, oltre la rete e fuori dal pollaio, sgambetta Omero, il suo amico setter chiaroscuro. Un tempo condividevano lo stesso spazio, le stesse giornate di sole e di pioggia, di caldo e di freddo; li ha accomunati un’infanzia di tristezza e di solitudine. In Dante è sempre vivo il ricordo della dolce Pulce e del suo latte che gli ha salvato la vita. Nelle orecchie ha ancora il rumore delle sue rassicuranti fusa e dei suoi miagolii mentre lo nutriva. Una vera fortuna per lui aver trovato una mamma gatta come lei, che lo ha soccorso quando era appena un cucciolo orfano e ha badato alla sua sopravvivenza. Poi quel mattino strano e grigio, un improvviso, terribile tonfo sulla strada e Pulce che si avvia lentamente e barcollante verso casa.  Negli occhi di Dante è ancora stampata l’immagine di lei addormentata per sempre nel cortile, e lui che continua a vegliarla per tutto un tempo sospeso.
Ora sa che Pulce vive solo nel suo cuore.
 Si ritrova in quel pollaio per vigilare sulle galline e per difenderle dalle improvvise scorribande notturne della volpe ; sente su di sé un gran bel peso di responsabilità:  impara a conoscere tutte le galline, il gallo , la chioccia con i suoi quattro pulcini, le tortorelle di passaggio a volo. E come se non bastasse deve garantire anche la sicurezza delle uova!
Così pensa e sospira il povero Dante, mentre osserva incuriosito la gallinella rossa che fa i bagni di sabbia, scava un bel fosso nella terra e vi si accoccola compiaciuta. Lo fa spesso anche lui per tenere pulito il pelo dai parassiti.
E poi deve fare i conti con Aristotele, un gallo da battaglia che non ha per niente approvato così facilmente la presenza di un estraneo nel suo harem; per di più uno straniero che appartiene ad una specie diversa, quella pelosa, assolutamente incompatibile con la specie pennuta!!! Non può sopportare un simile affronto, proprio lui che è il capo assoluto e indiscusso del pollaio, la sola guida autorevole e incontrastata delle pollastrelle!
Eppure ha dovuto chinare la sua fiera cresta davanti alla vivace frangia di Dante. Ha capito che la presenza di quell’intruso peloso si è resa necessaria per la sopravvivenza del pollaio. Bene ha fatto, dunque, Dante a muoversi con cautela e a cercare di adeguarsi alle loro abitudini per raggiungere una tollerabile intesa e una collaborazione per ottenere buoni risultati sul fronte nemico.

CAPITOLO SECONDO

Del resto anche il mondo del pollaio è piacevole perché è vario: le gallinelle razzolano, chiocciano e spettegolano tutto il tempo; ognuna di loro ha un piumaggio diverso: quella che ha piume decorate con vivaci disegni geometrici, o quell’altra che non ne ha proprio sul collo; alcune di loro, al contrario, ne hanno tantissime, tonde e vaporose. Ma Dante si sofferma ad ammirare quella gallinella che ha piume così soffici e setose che gli ricordano il morbido pelo di Pulce, ed ha proprio una gran voglia di accarezzarla.

Aristotele, il gallo, ha una cresta imperiosa, come la corona di un re, una coda ampia e vistosa dai colori vivaci e variopinti che muove continuamente e con fierezza, al ritmo della danza delle sue enormi zampe munite di durissimi speroni da combattimento.
Da più lune Dante lo sente cantare a squarciagola e lo vede corteggiare la gallinella più audace del pollaio, che gli sculetta intorno in continuazione. Come se non bastassero i pulcini appena nati che già saltellano e pigolano allegramente intorno alla severa mamma chioccia!
I pensieri del povero Dante si affollano irrefrenabili nella testa;  non c’è che dire, indubbiamente quel pollaio è una vera scuola di vita e il tempo delle galline è molto diverso da quello della sua specie.  Lui ha accettato e si è adeguato alle nuove regole, condividendo quelle strane abitudini e leggi naturali già ben stabilite: così ha imparato ad  ”andare a’ masona” come tutte loro, molto presto e allo spuntare della prima stella nel cielo. Buio e silenzio cadono nel pollaio dopo pochissimo tempo.
 –  Del resto non è così complicato, pensa Dante, raggomitolandosi sul vecchio barile rosso e poggiando il musetto sulle zampe. Un sospiro fugace ad occhi socchiusi.
Ma è anche il momento più pericoloso…

CAPITOLO TERZO

–  Cos’è questa storia della danza? – Dante fissa Aristotele il gallo che si esibisce in uno strano ballo al centro del pollaio.
– Sssshh, si sta avvicinando!!!  – e continua a danzare ancora più impettito, beccando a volte qualche vermetto o grilletto nel terreno e lanciandolo in aria per poi farlo ricadere tra le zampe della vispa gallinella che ha già adocchiato da tempo. E sempre  impettito inizia a verseggiare e a girarle intorno muovendo zampe e collo ad un ritmo regolare e frenetico. Ma la pollastrella lo fissa sospettosa e, chiocciando animatamente, si gira e si allontana infastidita.
–  Mi permetti una frase fatta? – chiede Dante scendendo dalla sua postazione rossa –  Ma dove vuoi andare a parare col balletto di prima?
– E’ una serenata, non lo vedi? – risponde un po’stizzito Aristotele.
– Un corteggiamento?  Ma ti sembra che funzioni?
– E’ solo questione di tempo. Vedrai, fra qualche luna cadrà diritta davanti alle mie zampe!
Dante sospira scettico e dà un’occhiata in giro.  Il tempo passa in fretta in un posto per niente tranquillo e silenzioso come questo, tra tanti versi differenti: si tuba, si chioccia tantissimo e forte, si pigola, si dialoga e si concerta al ritmo dei potenti “chicchiricchì”  inframezzati dagli strilli disperati delle galline che covano. – Incredibile!  esclama Dante guardando e ascoltando questo concerto dal vivo. – Tanti colori, nero, bianco, rosso, blu, giallo, arancione …..e tutti di una sola razza!
Ogni giorno un essere di razza diversa, una umana, si prende cura del pollaio, riempiendo la mangiatoia di saporite granaglie, di mangime e di sassolini. Versa pure abbondante acqua fresca e pulita nell’abbeveratoio. Anche Dante ha la sua meritata e ricca porzione di cibo. Come Omero, del resto.
La vita scorre veloce e allegra nel pollaio, tra giochi antistress dei pennuti su altalene, o con saltelli continui ed insistenti per raggiungere  rami  e beccare foglie e frutti dagli alberi che costeggiano la rete.
 Di sera scatta il coprifuoco. Tutte le gallinelle, compreso Aristotele, vanno ad appollaiarsi in alto sul posatoio. Dante è lì vicino, appollaiato anche lui sul barile rosso.
La notte è il momento più atteso ma anche il più temuto. Il pollaio diventa un vero crocevia di tante creature dei dintorni che si danno appuntamento lì per raccontarsi indimenticabili e strane esperienze o misfatti, o magari solo  per  il piacere di trascorrere una fetta di notte insieme. E’ un vero concerto di linguaggi diversi ma perfettamente comunicanti tra loro. E poi, si sa, le galline sono molto curiose e pettegole, oltre ad avere un udito sopraffino, e partecipano ben volentieri a questa riunione di abitanti della notte, come il gufo, il riccio, la talpa, la civetta, il piccione, le tortore, il coniglio, il gatto….e tantissimi altri. Dante osserva tutti, sa condividere i momenti felici e il silenzio. Tutto è nuovo per lui.  E’ compiaciuto della presenza di tutte queste creature che vogliono ritrovarsi e confidarsi in un pollaio,  proprio come dei  vecchi amici.  E lui ha l’arte di ascoltare. Soprattutto con il cuore.

CAPITOLO QUARTO

– Non tutti i mali vengono per nuocere – pensa Dante a voce alta osservando compiaciuto tutti quegli ospiti dall’alto del suo vecchio barile rosso.
– A chi lo dici! – gli fa eco Geppino il Piccione, dondolandosi sul ramo di uno strano albero dai chicchi rosa. Ogni tanto è infastidito da piccoli e improvvisi starnuti che lo costringono a grattarsi freneticamente le minuscole narici.
– Perchè?  Anche tu sei stato confinato in un pollaio?
– Macchè. Al contrario, mi sono imbattuto in una umana un mese fa ed è stata la mia fortuna.
-E da quando in qua si ritiene che  un umano sia una fortuna per noi? – bubola il Gufo Elfo, drizzando i ciuffetti grigi sulle piccole orecchie. Tutti gli altri animali zittiscono incuriositi.
– Eppure è così… etcì…  – insiste Geppino tra uno starnuto e l’altro. – vedete le mie zampette? – e le alza una dopo l’altra mostrandole con orgoglio alla comunità riunita – ebbene, un mese fa erano entrambe gonfie e rosse da far paura. Mi si erano attorcigliati tantissimi fili intorno che me le stringevano a sangue.  Colpa di quegli umani che li lasciano per strada!  E così mentre mi posavo su di un piccolo davanzale per alleviarne il  dolore, ho visto davanti al mio becco delle dita con dell’appetitoso farro che scivolava sul marmo del davanzale. Dopo un momento di paura e di dubbio mi sono precipitato su quella delizia e ho beccato tutto in un battibaleno!  Sapevo di rischiare grosso, ma la fame e il dolore erano più forti….
– Dico il vero se sei tornato lì altre volte? – chiede  timidamente il pacifico Micio Merlino  un po’ lontano dall’uscio di casa, socchiuso per lui.
– Sì, hai ragione, mio buon Merlino. Quelle dita non mi facevano più paura. Anzi mi accarezzavano delicatamente. Proprio come la tua umana che ti riempie di carezze e che tu  sai ricambiare perdendoti tra i suoi riccioli d’argento! E’ una gioia e una fiducia inspiegabilmente sconfinate!
– E poi? – chiede Omero impaziente.
– E poi l’umana mi ha afferrato improvvisamente, ma ha continuato ad accarezzarmi…
– Hai avuto paura…? – gridano in coro le gallinelle, tenendosi strette e vicine, incuriosite dal suo racconto. –  Sì, una certa paura sì, devo ammetterlo. Chi non ne avrebbe davanti ad un umano?. Ma anche fiducia e coraggio. Ho visto le “zampe” dell’umana lavorare delicatamente intorno alle mie zampette. Pian pianino le sentivo fresche e libere dai fili che le stringevano, mentre l’umana mi verseggiava tanti suoni usando un tono dolcissimo. La osservavo incredulo mentre operava con due piccoli  duri rametti incrociati tra di loro, con due anelli in cui l’umana infilava due dita, e che riuscivano a  spezzare con un colpo secco tutti quegli odiosi fili, alcuni doppi, altri sottilissimi, come i peli lunghi sulla testa degli umani. Un miracolo!
Le gallinelle lo guardano incredule. Pendono dal suo… becco !  C’è un silenzio diverso, stavolta molto interessante in tutto il pollaio.
La Talpa Proserpina  inforca i suoi occhialini per scrutare meglio le zampette ormai guarite di Geppino. Poi chiede : “Alla fine ti ha liberato?”
– Sì, dopo aver messo del liquido fresco e piacevole sulle zampette mi ha rimesso delicatamente sul davanzale. Da quel momento e tutti i giorni successivi fino ad oggi, prendo farro, granaglie, lenticchie e altre delizie direttamente dalla zampa dell’umana. E ci sforziamo di capirci e di comunicare tra di noi.
– Che coraggio, Geppino ! – esclamano tutti. Ma la frase non è neanche finita che all’improvviso le galline schiamazzano e svolazzano terrorizzate sul posatoio più alto e irraggiungibile. Anche tutti gli altri ospiti si rintanano spaventati. Il silenzio cade nel pollaio, interrotto solo di tanto in tanto dagli irresistibili starnuti di Geppino.
Allarme rosso per tutti ! Si salvi chi può !

CAPITOLO QUINTO

 È luna piena. Il pollaio è deserto e silenzioso. Un silenzio diverso, ora : tutti sono lì vicini, presenti ma nascosti e rintanati per la paura. Il povero Geppino continua a starnutire e a chiedersi infastidito la causa del suo malessere e il nome di quell’albero su cui  è appollaiato.
Intanto Dante zampetta in lungo e in largo per tutta la recinzione fiutando ogni piccola traccia di pericolosi predatori. Ha ancora molto da imparare ed è consapevole della sua poca dimestichezza con faine, furetti e volpi.
È notte fonda. Solo il chiarore della luna offre le ombre delle gallinelle tutte strette l’una accanto all’altra, guardinghe e nascoste nel confortevole tepore delle casette di legno. Gli altri amici della notte si sono ritirati nei rispettivi fossi scavati per l’occasione; le tortorelle  sono rintanate nei loro nidi e ogni tanto si sente il loro discreto e timido tubare;  Aristotele il Gallo guerriero, è in perfetto equilibrio sul suo posatoio personale, a difesa del suo harem.
Dante continua il suo zampettìo perlustrativo; è preoccupato e immerso nei suoi pensieri e nella solitudine della notte di luna piena. Si muove in fretta, guarda e fiuta in ogni punto, è sempre in movimento, ora, come le strisce di stelle che lo accompagnano scintillando qua e là sul pollaio nero e lucido.
– Sarebbe straordinario camminare lassù – mormora a Omero – tra quei puntini luminosi erranti.
I due amici si ritrovano con i musi insù a fissare il firmamento. E’ un momento magico. E Omero è lì con lui, come sempre, come suo migliore amico. Affronta con Dante ogni cosa, qualsiasi cosa, bella o brutta.  Omero è di buon carattere e ha le parole contate solo per le situazioni necessarie. Li lega una innocente fiducia reciproca, una fiducia che vale più di quella tra gli umani e degli umani. La loro vita è lì e capiscono i segni nella luna, nelle stelle, nel sole, nel vento, nella poggia, più degli umani nella loro Terra.
Qualcosa di sacro e di inviolabile li lega per sempre.

CAPITOLO SESTO

E’ sparita!!! Non è più qui! –  sono le urla disperate della gallina dal collo senza piume. Tutti fanno capolino dai loro rifugi e infine escono allo scoperto, sbalorditi e incuriositi. Impauriti, soprattutto. Anche le stelle impallidiscono lassù e la luna si ritira dietro al nuvolone della notte.
 C’è agitazione e tensione nel pollaio e Geppino lo sorvola in lungo e in largo in compagnia di Elfo il Gufo. Ma della gallina dalle piume setose nessuna traccia. Tutti la cercano, tutti la chiamano;  poi un silenzio di ascolto. Le amiche tutte piangono impaurite e si stringono l’una all’altra per cercare conforto.
Non c’è dubbio, è opera di quella dannata volpe! Dante è disperato: pensa alla fine della povera gallinella e a quanto era buona tra le altre. Con giusta preoccupazione pensa a cosa farà e cosa gli dirà la sua umana l’indomani, quando scoprirà la scomparsa della cara pennuta. Una vera tragedia!
– La vita è come un pollaio ! – esclama Dante.  È l’alba  e non ha chiuso occhio. Come tutti i suoi amici, del resto. Poco prima ha affrontato la disperazione  e i rimproveri della sua umana che, di certo, gli diminuirà la razione quotidiana. Ma non importa, lui non ha affatto fame e ha un groppo alla gola che gli impedisce di ingoiare qualsiasi cosa.  E poi deve assolutamente trovare una strategia  per difendere il suo pollaio dagli attacchi notturni.
Dopo una giornata di pensieri fluttuanti, verso sera tornano gli amici, ma non sono allegri e chiassosi  come sempre. Arrivano in punta di zampe per rispetto alla buona gallinella scomparsa. L’atmosfera è tesa e pesante. Geppino e Elfo parlottano appollaiati sul ramo dell’albero rosa. E ogni tanto starnutiscono. Dante li osserva a lungo pensoso e poi… all’improvviso salta dal barile rosso  e, rivolto a tutta l’assemblea di amici grida con  incontenibile soddisfazione: -” Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima e subito!!?? ”  Tutti lo guardano sbalorditi.
– Cosa ? Cosa? – chiocciano le galline in coro.
– Dobbiamo procurarci tanti rametti di pepe rosa. Al più presto !!! – esclama Dante con impeto.
– Ma il pepe non serve da condimento alle granaglie ? – chiede serafico il riccio.
– Ma no ! – Dante non vuole spazientirsi.  Così si rivolge alle gallinelle e con voce pacata spiega il suo piano.
– I rametti servono a tutte voi e li terrete nascosti tra le piume e sotto le vostre bellissime ali. Tantissimi rametti con tantissimi granelli di pepe !!!
– Li mettiamo solo per la notte, vero, Dante?
– Certo ! Sarà il vostro pigiama!  E quando la volpe cercherà di azzannarvi, si ritroverà con una bocca piena di pepe! E mollerà la presa per i continui starnuti!
– Un pigiama party!  Che magnifica idea! –  anche i pulcini pigolano entusiasmati, sbucando dalle piume di mamma chioccia.
– Certo una gran bella idea ! – esclama Geppino continuando a starnutire dal ramo. – Ma dove prenderemo il pepe?
– Guardati un pò in giro! – sbotta Dante ridendo.
E tutta la compagnia gli fa coro provocando un sonoro concerto di risate. Solo allora Geppino comprende la natura di quell’albero che gli causa una continua crisi di starnuti. E’ un albero di pepe rosa!
Elfo dispiega le sue spettacolari ali e si copre la testa confuso.

CAPITOLO SETTIMO

– Non sono vibrisse di gatto …     –  Dante finge di sonnecchiare  –  …bensì quelle di una volpe!
 Tanto  gli basta per saltare come un grillo dal barile rosso e mettersi alle calcagna….ehm…ai cuscinetti di quell’ombra  che taglia la luce della luna nel pollaio. La insegue tra gli schiamazzi delle galline e degli altri amici. Improvvisamente l’ombra si ferma di scatto e incomincia a starnutire una, due volte, tre, quattro volte , all’infinito, lasciando la presa di un fagotto che starnazza, svolazza e scappa verso il posatoio.  Il fulmineo Dante afferra l’ombra per la collottola e la trascina verso lo spicchio di luce. Non c’è più ombra… di  dubbio:  il chiarore della luna rivela una volpe tremolante e scheletrica che continua a starnutire senza riuscire a smettere.
– Poverina, come la capisco… – mormora Geppino tirando su col…becco.
– Il piano è riuscito perfettamente ! –  grida Dante trionfante. Solo in questo momento il riccio, la talpa,il gatto e tutti gli altri abitanti della notte  fanno timidamente capolino dai propri rifugi. Anche tutti i pennuti si appollaiano lentamente  sui rispettivi alberi e posatoi. Geppino sceglie il ramo di un olmo, stavolta, ben lontano dall’albero rosa. Elfo lo segue saggiamente.  Il pollaio si ripopola e la gallina che ha rischiato più delle altre, batte furiosamente le ali e si avvicina alla volpe svolazzandole intorno audacemente.  – Dove hai portato la nostra amica?  Parla e vergognati!  Agire di notte è una vera vigliaccata! 
 Le fanno eco tutti gli altri, con tanta forza e prontezza. Le galline soprattutto sono irrefrenabili, chiocciano, schiamazzano,  fanno baccano e lanciano severe occhiate di rimprovero alla misera volpe, non risparmiandole insulti e rimbrotti. Un  vero ed unico concerto.
– Come ben vedi, questo è un pollaio divinamente pepato, a differenza degli altri ! –  esclama soddisfatto Dante rivolgendosi alla povera creatura che, umiliata  e con la testa bassa, continua a collezionare starnuti insopportabili, a tenere lo sguardo a terra  e la coda tra le zampe. Una coda spelacchiata ora, ma  nel passato sicuramente  invidiabile, folta , fulva e rigogliosa. Dante sa osservare,  soprattutto con il cuore: gli occhi della volpe brillano alla luce della luna, ma a guardar bene si scorgono dei lacrimoni. 

– Non aggiungere altro,   –  interviene il mite  e saggio Omero. E con un cenno del capo, invita Dante a tacere e a guardare il lato estremo del pollaio: dalla buca scavata dalla volpe fa capolino un cucciolo che, un po’ intimorito, zampetta velocememte verso la volpe. Poi ne esce un altro che, come il primo, trova rifugio tra le zampe della presunta mamma volpe.
– Ma non sono i tuoi figlioli ! – esclama Dante sbalordito – questi sono due cuccioli di faina! Magrissimi e affamati !
– Sì, sono affamatissimi – osserva  Omero con tenerezza. – Ma come mai dei cuccioli di faina?
Anche Dante è molto incuriosito e intuisce qualcosa di molto triste nella risposta che la volpe sta per dare.
–  Con il mio compagno trovammo questi due cuccioli accanto a mamma faina uccisa dai cacciatori tante lune fa. Hanno condiviso il mio latte con i miei due cuccioli.
 Mamma volpe si interrompe e singhiozza. I due cuccioli si stringono di più a lei in cerca di conforto e protezione. Tutti gli altri sono lì in rispettoso silenzio.  Tantissimi flashback attraversano gli occhi di Dante: la sua mamma gatta Pulce, le sue paure di cucciolo abbandonato, l’ infanzia triste e difficile….
Con un gesto spontaneo e rassicurante, si avvicina alla volpe e la fissa con dolcezza negli occhi.
– Sei rimasta sola con questi due cuccioli…. vero ? – le mormora delicatamente.
Mamma volpe fa un cenno di assenso col capo. Poi continua con  profonda amarezza:
– Il mio compagno e i nostri due figli caddero in una trappola…. ! Cercai con tutte le mie forze di liberarli ma i cacciatori e i loro segugi non mi diedero il tempo giusto per agire; dovetti scappare per proteggere almeno questi due cuccioli e salvarli. Da quel giorno torno sempre lì dove sono  stati catturati. E li chiamo, e aspetto. Li chiamo ancora e aspetto. Per un tempo infinito….
Il silenzio regna nel pollaio. Senza pronunciare un verso, ogni creatura della sera si avvicina ai  due cuccioli e a mamma volpe e offre tutto ciò che può per sfamarli. Anche le galline contribuiscono con le loro uova. Il Gufo Elfo e Geppino dispongono di pezzi di pane, di granaglie, di farro,  di lenticchie.
E così tutte le sere. Ognuno cerca di assicurare anche un po’ di serenità ai nuovi amici.  Dante ne è il garante. I suoi ricordi di cucciolo si mescolano e a volte coincidono con  l’esperienza dei piccoli di faina. E tutto sembra ricomporsi in armonia. Lo pensa anche Omero. Ciò che conta è l’aria che si respira ogni giorno e ogni notte in quel pollaio; un’aria di reciproca intesa, di scambio, di tolleranza e di complicità tra creature diverse ma accomunate da una autentica solidarietà e da una perfetta armonia.

  Le argomentazioni dei sostenitori dell’astrologia  Prof. Giovanni Pellegrino

  In questo articolo prenderemo in considerazione le principali argomentazioni di quelle persone che sostengono che l’astrologia è una vera e propria scienza. Sebbene la maggior parte degli individui che vivono nel mondo contemporaneo credono in maniera più o meno convinta al potere delle stelle non sono tuttavia da trascurare i molti individui che considerano l’astrologia una disciplina priva di fondamento  scientifico. In questo articolo non prenderemo in considerazione le argomentazioni dei nemici dell’astrologia ma ci limiteremo a considerare solamente le argomentazioni a favore di essa. Il principale argomento dei fautori dell’astrologia è che essa deve essere considerata attendibile perché riesce a predire gli eventi futuri. Per i sostenitori dell’astrologia essa è una scienza sperimentale sottoponibile a verifiche cosicché  tali verifiche pullulano nel corso della storia. I sostenitori dell’astrologia affermano che molte predizioni degli astrologi si sono rivelate esatte e citano in primo luogo le “ Centurie “di Nostradamus. A distanza  di secoli Nostradamus viene considerato il più famoso astrologo della storia.
Una folla immensa di lettori ha cercato, in epoche storiche diverse, di scoprire nelle sue Centurie gli avvenimenti del futuro. Nessuno mette in dubbio il carattere oscuro delle profezie di Nostradamus. Tuttavia i critici dell’astrologo francese spiegano tale oscurità in un modo mentre gli ammiratori la spiegano in un altro. Per tutti coloro che non credono nelle profezie di Nostradamus il carattere ermetico di tali profezie rappresenta la prova della loro falsità. Essi affermano infatti che se egli avesse voluto realmente farsi capire avrebbe scritto in una maniera tale da farsi comprendere da tutti.
Gli ammiratori dell’astrologo francese ritengono invece che il carattere oscuro delle sue predizioni sia dovuto a due motivi : l’argomento da esso trattato e il periodo storico nel quale Nostradamus scrisse le Centurie.  Per quanto riguarda l’argomento i sostenitori dell’astrologo francese affermano che egli ha utilizzato un linguaggio ermetico per non causare terrore e inquietudine in coloro che avrebbero letto le sue profezie. Infatti, in tali profezie vengono predetti molti avvenimenti catastrofici e traumatizzanti. Più plausibile ci sembra la ragione basata sul contesto storico sociale e religioso nel quale visse Nostradamus. Non dobbiamo infatti dimenticare che egli visse in un secolo nel quale l’inquisizione era pronta a colpire duramente. Pertanto è molto probabile che Nostradamus abbia adottato un linguaggio ermetico per proteggere la sua vita dal rogo e la sua opera dalla distruzione.
Un’altra argomentazione portata dai fautori dell’astrologia può essere espressa in questi termini: se nessuno dubita dell’influenza del sole sulle piante e di quella della luna sulle maree, perché si dovrebbe dubitare dell’influenza degli astri sulle vicende degli uomini ? In terzo luogo, i difensori dell’astrologia citano alcune ricerche scientifiche che a loro dire dimostrano la capacità degli astri di influenzare il comportamento degli uomini.
A titolo di esempio citeremo due di tali ricerche. Una ricerca effettuata negli Stati Uniti sostiene che statisticamente i disturbi mentali ed emotivi aumentano con l’avvicinarsi del plenilunio provocando anche quelle che vengono definite esplosioni di pazzia. Nel 1967 il dottor Jonas ,psichiatra cecoslovacco, espose in una relazione il risultato delle sue ricerche. Le sue conclusioni si articolano  in due punti. Il sesso del nascituro varia a seconda che la luna si trovi nel campo positivo o negativo dell’ellittica nel momento del concepimento. Inoltre, la capacità di sopravvivenza dell’embrione è fortemente influenzata dalla posizione di alcuni corpi celesti.  Nella sua relazione Jonas ha citato diversi casi che dovevano servire a dimostrare che la sua teoria funzionava anche in circostanze insolite .

I  difensori dell’astrologia mettono altresì  in evidenza che molti personaggi potenti e famosi nei diversi settori della vita sociale consultano gli astrologi prima di prendere decisioni molto importanti . Vengono citati a titolo di esempio personaggi come Regan, Gianni Agnelli , Indira Gandhi . Inoltre viene messo in evidenza che negli studi degli astrologi situati nei pressi del Parlamento e del Senato a Roma si possono incontrare importantissimi uomini politici. Tra l’altro i sostenitori dell’astrologia evidenziano che anche personaggi importanti nel mondo dello spettacolo quali attori e cantanti di grande prestigio consultano gli astrologi .

I sostenitori dell’astrologia citano spesso le opere del grande psicanalista Jung che attribuiva grande importanza all’astrologia . Soprattutto l’astrologia psicologica attribuisce grande importanza alle teorie di Jung che attribuì ad essa la capacità di esplorare le profondità della psiche umana e di fornire importanti informazioni agli psicologi. In diversi suoi scritti Jung manifestò un profondo rispetto per l’astrologia considerandola un valido strumento per sondare i misteri del comportamento umano. Egli ammise inoltre di aver utilizzato con una certa frequenza l’astrologia nella propria attività di psicoanalista . Jung quando doveva effettuare diagnosi psicologiche particolarmente difficili utilizzava l’oroscopo che a suo dire gli forniva preziose informazioni sul suo paziente . In particolare, Jung affermò in un suo libro che i dati che gli aveva fornito l’astrologia gli avevano permesso di chiarire determinati aspetti della personalità di alcuni pazienti che altrimenti gli sarebbero rimasti oscuri. Egli considerava i segni zodiacali e i pianeti come simboli di processi archetipici che traevano origine dall’inconscio collettivo. Gli archetipi dell’inconscio collettivo erano per Jung i principi universali organizzanti che motivavano e sottostavano all’intera vita psicologica individuale e collettiva . A suo dire l’astrologia utilizzava gli archetipi dell’inconscio collettivo per comprendere le fondamentali spinte psicologiche del comportamento degli uomini .

Simili alle idee platoniche gli archetipi erano attivi sia a livello soggettivo che a livello oggettivo, si manifestavano tanto nelle idee innate della coscienza umana quanto nei processi fondamentali dell’universo cosicché condizionavano non solo il comportamento degli esseri umani ma anche il movimento dei pianeti. Secondo Jung era proprio questa doppia natura degli archetipi dell’inconscio collettivo che permetteva di mettere in relazione la psicologia del profondo con l’astrologia nonché il movimento dei pianeti con la psiche umana. Jung sosteneva che gli archetipi erano psicoidi cioè modellavano sia la mente umana sia la materia presente nell’universo ivi compresi i pianeti. Jung era convinto che una particolare e ben definita situazione psicologica dell’individuo doveva essere accompagnata da un altrettanto ben determinata configurazione astrologica. In sintesi, per Jung il grande valore dell’astrologia stava nel fatto di essere in grado di mettere in evidenza le correlazioni esistenti tra il moto dei pianeti e le esperienze e i comportamenti degli uomini. La convinzione dell’esistenza di correlazioni tra i fenomeni psicologici e i dati astrologici portò Jung alla formulazione della teoria della sincronicità. Egli definì la sincronicità come la simultaneità tra un certo stato psichico e uno più eventi esterni ivi comprese le posizioni dei pianeti. Jung ritenne che l’astrologia funzionasse proprio in virtù de principio della sincronicità e cioè che i fenomeni psicologici si trovassero in significativo parallelismo con le posizioni dei pianeti in un dato momento. Per concludere il nostro discorso intorno a Jung possiamo dire che benché lo psicanalista svizzero non abbia mai elaborato nessuna teoria sistematica riguardante l’astrologia sembrerebbe evidente che la sua teoria psicologica sia stata molto influenzata dal pensiero astrologico. Esistono infatti tanti parallelismi tra la teoria psicologica junghiana e il pensiero astrologico cosicché bisogna pensare che alcuni dei concetti principali junghiani siano stati presi a prestito dall’astrologia. Concludiamo tale articolo con due esempi significativi : le quattro funzioni Junghiane ( intuizione , sensazione , pensiero e sentimento ) trovano un riscontro astrologico nei quattro elementi  ( fuoco ,terra, aria, acqua) . Infine, la sincronicità elemento basilare del pensiero Junghiano è considerata dallo psicanalista svizzero un vero e proprio ponte che mette in contatto l’astrologia con la psicologia.

                                                            

LA CRISI DELLA RELIGIONE CATTOLICA NEL MONDO OCCIDENTALE, prof Giovanni Pellegrino, prof Ermelinda Calabria

In questo articolo prenderemo in considerazione la crisi della religione  cattolica nel mondo occidentale, fenomeno che determina conseguenze in campo etico, religioso, sociale e psicologico.

 La crisi è causata dalla presenza di elementi eretici tra cattolici di diverso livello sociale e culturale. I segnali di tale  crisi sono: sincretismo religioso, credenza nell’astrologia, utilizzazione della magia, visione fatalistica del mondo, credenza nella reincarnazione, relativismo etico, utilizzazione a livello di massa del divorzio, pratica dello spiritismo e diminuzione del numero dei sacerdoti. Uno dei segni più evidenti di questa crisi è la credenza in un sincretismo religioso.  Accade di frequente che credenze tipicamente cattoliche si accompagnino nella visione religiosa di moltissimi individui a elementi totalmente incompatibili con il cristianesimo, infatti, sempre più spesso elementi orientali si affiancano a credenze cattoliche, soprattutto il buddismo della SoKa Gakkai. Accade pure frequentemente che molti cattolici siano affascinati dalle idee religiose del New Age, ragion per cui cadono nel sincretismo religioso pensando di poter conciliare New Age , Buddismo e Religione Cattolica. Un’altra convinzione  molto frequente tra i cattolici occidentali contemporanei  è la credenza  che il futuro degli individui dipenda dal potere degli astri . Il determinismo astrologico trova vari consensi a causa della incertezza e dell’ansia esistenziale nell’ uomo contemporaneo.  Credere nell’astrologia è anche un modo per non assumersi le proprie responsabilità, in quanto credere che tutto è scritto negli astri significa affermare di non essere la causa delle proprie sconfitte e vittorie. Gli individui che credono in essa, cadono nell’astrolatria attribuendo alle stelle poteri che appartengono solamente a Dio.

Uno dei fenomeni più clamorosi dei nostri tempi è la magia cosicchè il numero dei clienti abituali dei maghi raggiunge secondo alcune inchieste, quasi dieci milioni di persone solo in Italia.

La Chiesa Cattolica si dimostra assolutamente incapace di arginare questo ritorno in grande stile della magia. Il desiderio di prevalere nei vari conflitti interpersonali, il bisogno di punti di riferimento sicuri in una società dove mancano le certezze e gli ideali, la affermazione della visione del mondo neopagana favoriscono questo ritorno. Anche i media favoriscono il successo della magia.

Un altro elemento caratterizzante dei nostri tempi è la diffusione della credenza nel destino, convinzione del tutto incompatibile col concetto cristiano di libero arbitrio, uno dei punti fermi della dottrina cristiana. Tale credenza assume una notevole importanza dal punto di vista sociologico poiché determina comportamenti collettivi e una percezione sociale della realtà che influenzano la vita di moltissimi individui lanciando una ennesima sfida alla visione cristiana del mondo.

La concezione fatalistica del mondo fa in modo che gli individui si considerino “ dei burattini senza fili” nelle mani del destino, incapaci di determinare il corso degli eventi della propria vita. La credenza nel destino può determinare negli individui una ridotta capacità di rielaborare strategie comportamentali adeguate ad affrontare le diverse problematiche della quotidianità. Tutte le concezioni fatalistiche aprono la strada alla diffusione di ogni tipo di pratica divinatoria che non avrebbero ragione di esistere se non si ammettesse che il futuro è già scritto e non dipende dalle nostre scelte. Come si vede la credenza nel destino è molto pericolosa perché può servire a demotivare le persone spingendole a rinunciare  a elaborare progetti a lunga scadenza.

Un’altra credenza totalmente incompatibile con la dottrina cristiana è quella nella reincarnazione.  Molti cadono in affermazioni eretiche proprio perché tentano con diversi sofismi di rendere compatibile la reincarnazione con i dogmi cattolici. Tuttavia appare chiaro che credere nella reincarnazione significa togliere ogni senso al messaggio cristiano anzi significa avere una concezione dell’universo, della storia totalmente anticristiana, infatti mentre il cristianesimo crede nella resurrezione e nell’ Inferno e Paradiso i credenti della reincarnazione credono che le anime che hanno agito bene nelle vite precedenti hanno diritto a reincarnarsi in maniera tale da vivere un’ esistenza felice, mentre quelle che hanno agito male nelle vite precedenti si reincarneranno in maniera tale da vivere un’esistenza infelice.

 Il fascino della reincarnazione sta nel fatto che riesce a spiegare perché alcuni individui sono belli ricchi e fortunati, mentre altri sono poveri brutti e sfortunati. Anche i fenomeni di contagio psichico e di imitazione sociale contribuiscono ad aumentare il successo della credenza nella reincarnazione senza che la Chiesa Cattolica possa fare niente per opporsi.

Un altro segno clamoroso della crisi è il fortissimo e costante aumento dei divorzi e delle separazioni. Il divorzio manda in crisi la concezione cristiana del matrimonio che a dire della bibbia è assolutamente indissolubile e pertanto deve durare per tutta la vita. Il divorzio ha reso insicuro e instabile l’istituto del matrimonio tanto è vero che molti individui preferiscono non sposarsi e convivere e ha creato le cosiddette famiglie allargate, spesso molto problematiche. La Chiesa cattolica a suo tempo tentò inutilmente di evitare l’entrata in vigore della legge ma andò incontro ad una clamorosa sconfitta, tale sconfitta è diventata ancora più pesante oggi dal momento che nella forma mentis collettiva è diventato abituale l’idea che il matrimonio possa finire in divorzio. Così molti individui si sposano più volte.

Un altro fenomeno significativo è l’aumento delle sedute spiritiche fatto questo che preoccupa molto teologi ed esorcisti. I teologi sottolineano che la Bibbia proibisce in maniera categorica le sedute spiritiche tanto che Saul venne punito proprio per aver chiesto ad una medium di evocare l’anima di un morto. A loro volta gli esorcisti spiegano che è molto pericoloso effettuare sedute spiritiche dal momento che nel corso di esse si possono verificare possessioni demoniache e infestazioni ambientali causando problemi a quanti vi partecipano.

Un ultimo fenomeno socio religioso indice della crisi della religione cattolica è la forte diminuzione dei sacerdoti in tutto il mondo occidentale, tale diminuzione crea serissimi problemi alla Chiesa che non riesce spesso ad assicurare a tutte le parrocchie la necessaria presenza dei sacerdoti. A rendere ancora più difficile la situazione è il fatto che ogni anno un certo numero di sacerdoti abbandona la vita clericale poiché si innamora di qualche donna e di conseguenza non accetta più il voto di castità che è alla base della vita sacerdotale.

Tutto questo dimostra quanto la religione cristiana sia effettivamente in crisi.

Streghe. Una rappresentazione grafica

Sono sempre stata dalla parte delle streghe ogni qualvolta si arrivava a discutere dell’argomento, negando, soprattutto a me stessa, che potessero esistere realmente delle donne capaci di fare del male a degli esseri umani. In questi giorni, invece, trovandomi a discutere di spiritualità, con altre “sorelle” in varie parti del mondo, ho avuto conferma che le streghe esistono veramente e non solo nell’accezione di “strega buona”, epiteto che a volte mi si attribuisce, ma anche nella versione “cattiva”. Ora non voglio confondere i miei affezionati lettori lasciandogli intendere chissà quali fantasie, pertanto vengo a spiegarmi meglio con una breve introduzione alla figura della strega. Ritendo che, questo misterioso personaggio emerse quando i paredri delle divinità primordiali, le Grandi Madri, usurparono il potere alle compagne sostituendosi ad esse sul trono del sacro. Così, mentre una parte di esse fu subordinata ai nuovi sovrani divenendone mogli o figlie, altre, quelle che non si lasciarono sottomettere, vennero trasformate in divinità malvage o comunque oscure, inquietanti. Colei che più di tutte incarna il prototipo della strega, indubbiamente è Ecate, divinità dei trivi, la trinitaria, la levatrice, la patrona dei tre regni. Per il mito, Ecate era antenata di Circe e di Medea, tre “maghe” che rappresentano gli aspetti ambivalenti del femminino oscuro, dalla conoscenza del mistero della creazione al potere che manipola, animato dal desiderio di vendetta. Nella gerarchia demoniaca degli gnostici cristiani e neoplatonici Ecate è collocata nel terzo livello dei demoni femminili, con ventisette sottomessi, ventisette quanti sono i giorni del ciclo lunare”. Dea “dai molti nomi”, Ecate era detentrice di tutti i segreti magici. Nel bacino del Mediterraneo altre Grandi Madri possedevano i segreti della magia, l’egizia Iside, ma mi sentirei di dire la beneventana Iside, data la sua forte presenza nella città. Ma, indubbiamente, sulla formulazione della strega beneventana, la janara, più di tutte avrà influito Diana, considerata anche l’assonanza se non proprio la derivazione del nome da quello della dea. Diana era una vergine che non tollerava il maschio, anzi proteggeva i vergini. La sua natura selvatica e il suo vivere virile contrasta con la sua figura di fanciulla vergine e fa pensare a una primordiale divinità androgina. Una italica dea madre dunque sopravvissuta all’arrivo di divinità d’oltremare. A lei era attribuito il corteo selvaggio che scorrazzava nei cieli la notte del Battista. Lei era invocata dalle condannate per stregoneria. Su questi presupposti di origine mediterranea, si innestarono, nelle nostre contrade, i culti nordici portati dai Longobardi stanziatisi in Benevento verso la metà del 500. Ma, sebbene queste culture provenivano da luoghi opposti, chi da Nord e chi da Sud, condividevano il senso del sacro, erano tutti pagani, dal latino “pagus” che significa “abitante del villaggio”. Officiavano, insomma, culti della terra in cui “terra” non sta solo per terreno ma per una entità divina con la quale ogni essere è strettamente legato perché lei sostenta nella vita e accoglie nell’ora ultima. Con lei si è in equilibrio se la si sa ascoltare e rispettare, e lei dà la forza, guarisce e nutre. L’enorme calderone in cui sedimentavano più tradizioni, saperi, conoscenze, era l’habitat del popolo, dove, da sempre, le donne presiedevano alla nascita e alla morte, alla cura dei malati, alla raccolta delle erbe e alla trasformazione di queste in unguenti, impiastri, decotti e pozioni varie. Ogni contrada aveva la sua maga-guaritrice-vammana. Chi più, chi meno, le anziane avevano una certa competenza nel maneggiare erbe e formule magiche, dal malocchio alla historiola contro i vermi intestinali, ecc. quelle più competenti conoscevano anche formule magiche per malefici e legamenti. Nel periodo in cui scrivevo “Presenze” Edizioni Il Papavero, ebbi modo di intervistare anziane signore che mi spiegarono come si procedeva per creare delle “fatture”, a quel tempo non diedi molta credibilità alla cosa convinta che tutto fosse suggestione da creduloni. Perché oggi mi ricredo si chiederà qualche lettore? Perché lo scambio culturale con persone di varia estrazione culturale ed etnia mi ha insegnato che esiste il bene e il male, non come dualità, opposizione, ma come estremi di uno stesso elemento. Per avere un’idea più chiara ho voluto rappresentare graficamente, sul piano cartesiano, questo concetto, quindi ho preso in esame l’asse delle ordinate, e il punto 0 o dell’origini. Sulla retta delle ordinate, i numeri che dallo zero vanno verso l’infinito positivo indicano una spiritualità positiva in un crescendo che conduce lentamente verso l’amore assoluto. Naturalmente, come la semiretta non raggiunge un punto in questa dimensione, così l’umano non potrà raggiungere l’infinito dove la retta conduce. La semiretta -y che porta verso l’infinito negativo indica una spiritualità oscura in cui i sentimenti negativi si addizionano in un crescendo distruttivo. Questo vale per ogni essere umano, maschio o femmina che sia. In coloro che hanno una qualche capacità di intervenire sulla realtà, la posizione sulla scala spirituale (l’asse delle ordinate) ha importanza decisiva in quanto il soggetto genererà bene o male secondo il punto occupato. Per fare un esempio concreto ed applicabile farò riferimento alla mia persona. Esperta di erbe e loro applicazioni potrò mettere a disposizioni del prossimo la mia conoscenza aiutando chi è in difficoltà, chi, per una ragione o per l’altra, non può ricorrere alla medicina tradizionale. Questo se io mi muovo sulla semiretta + y, quella che è costituita dai numeri positivi, ma se io mi muovessi nella parte inferiore dove sono i numeri che vanno verso l’infinito negativo, se io fossi mossa dall’odio, dalla vendetta verso chi mi ha fatto del male, potrei utilizzare lo stesso la mia conoscenza e, invece di aiutare potrei distruggere, avvelenare, mettere in pericolo la vita e la salute delle persone che mi infastidiscono. Siccome ogni essere umano vive oscillando intorno allo zero, fatta eccezione di chi si inoltra decisamente verso l’una o l’altra direzione, avendo un potere, lo conserva nelle sue oscillazioni cosicché può metterlo a servizio del bene o del male secondo il punto in cui si trova nel momento che decide di operare. Sembrerebbe un difficilissimo teorema, o un postulato filosofico, eppure è una realtà in cui siamo quotidianamente immersi e inconsapevolmente oscilliamo tra comportamenti positivi che apportano prosperità e serenità a noi e a chi ci sta intorno, e comportamenti negativi che deteriorano la nostra e l’altrui esistenza. Tutto questo discorrere per rispondere a un interrogativo: “Esistono le streghe?”. Certamente. Ma non quelle sulle scope, di quelle parleremo nelle prossime in seguito.
franca molinaro

Il sonno del paguro di Margherita Tirelli

Mi allietava il cuore l’idea di trascorrere l’estate a Palinuro, tra sentieri rocciosi e spiagge sabbiose, bagnate da un mare ricco di vita e di leggende, le cui onde cullavano da sempre il corpo mai trovato dell’epico nocchiere di Enea. E dunque era plausibile la disperazione del fantasma e il suo vagare tra i flutti alla ricerca di quelle spoglie insepolte.
Intanto le mie mani setacciavano granelli di sabbia, schivando lucertitudine al sole e strategiche conoscenze in spiaggia; l’estate era sinonimo di escursioni, libri e conchiglie.  Un’attrazione irresistibile mi spingeva a studiarne i gusci, unici e autentici, che rivelavano un mondo antico di forme perfette, di volute e spirali coloratissime, di un lucido nero o di un rosso porpora, di sfumature come se ritoccate da un pennello o incise da un bulino.  Era il lavoro incessante del mare.
Una tinozza di legno ne diventava il laboratorio di studio; e proprio all’interno di essa si verificò una esperienza singolare e bizzarra: un minuscolo crostaceo rosso vagava tra le conchiglie; un paguro, sbarcato lì, chissà come, in quella tinozza, epitome dei suoi guai futuri! Forse era stato tradito dal sonno, come il nocchiere di Enea.  Caduto dalla sua confortevole abitazione ambulante, ora vagava senza pace provando rifugi temporanei in quegli involucri colorati e salati. Ma ne usciva dopo un po’, con tristezza, immaginavo.
Si allontanava da quegli usci che risultavano troppo stretti o troppo larghi per il suo addome; o peggio, se erano già rovinati. E in un drammatico silenzio si ritirava in un angolo scalfito e così distante dalla sua ampia culla marina. Impensabile. Un paguro privato della sua conchiglia è come una clarissa senza convento.
Mi sembrò doveroso tentare un aiuto, seppur minimo, da offrire a quel piccolo essere che lottava per sopravvivere. Se non altro per alleggerire anche il mio senso di colpa.
Con tatto le mie dita si muovevano per avvicinargli e offrirgli nuove conchiglie da visitare di volta in volta; d’altro canto i suoi instancabili rientri ed uscite mi confermarono una nostra impercettibile intesa per una mèta comune. A volte delusa, altre volte incoraggiata dai suoi movimenti sicuri e veloci, continuai ad accostargli conchiglie, per un tempo che mi sembrò infinito.
Finalmente trovò la conchiglia giusta che lo accolse. Una casa perlacea, con scure volute e venature rosee. Una perfetta armonia tra il nuovo nicchio e il suo corpo.
L’audace piccolo paguro la provò ripetutamente, e solo quando, una volta entrato, le sue zampette blindarono l’uscio della sua nuova dimora, compresi che non l’avrei più rivisto.
Avvertii il peso vitale di quella conchiglia sul mio cuore mentre scendevo in spiaggia guidata dalla luce della luna.  Di sicuro il suo prezioso ospite si sarebbe assopito cullato dal mare.

“Alimenta”, un testo per solidarietà franca molinaro

In questa bufera di freddo, dopo aver portato i soccorsi necessari a piante e animali, voglio dedicarmi alla lettura. Di testi in pila ve ne son tanti e temo che alcuni non saranno mai letti, la primavera arriverà presto, ma questo comprato la settimana scorsa mi sta molto a cuore, anche perché vi è il patrocinio morale del nostro Centro di ricerca. Come Grande Madre quindi siamo lieti di presentarlo al pubblico quale prodotto dell’AUSER USELTE Benevento, presenziato dalla cara amica, nonché socia Grande Madre Adriana Pedicini. Devo sottolineare che il testo nasce come opera di beneficenza, il ricavato infatti sarà impiegato a questo scopo.
Ebbene, di esperienze con i testi a più mani ne ho fatte da oltre un ventennio, dalle prime antologie col Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud al lavoro decennale del concorso dialettale, so quindi cosa aspettarmi. Ma andiamo per ordine. L’aspetto serio ed elegante della copertina mi riporta al libro di latino abbandonato alle scuole medie e mai più interpellato, immagino che la scelta, operata sicuramente da Adriana, è da attribuire alla sua ferrea formazione classica. Vediamo gli interni, 16 autori forse sconosciuti tra di loro, ma con una cosa in comune tra i più, la maggior parte provengono da studi classici, laurea in lettere, laurea in giurisprudenza. Dunque sarà un piacere leggere queste penne che, a differenza dei miei poeti dialettali, dovranno essere dei “maestri” della narrazione. Nonostante la comune formazione di base, vi riscontro una bella varietà di scrittura, dalla fiamminga descrizione dei luoghi di Graziella Bergantino con il suo scenario mediterraneo, alle emozioni provate in una sala cinematografica mentre sullo schermo scorrono le verdi sfumature della foresta di Sherwood, di Sonia Boffa. Sonia è una delle nostre autrici, ricordo perfettamente il brano che mi inviò per il concorso e che si classificò tra i premiati per la semplicità della scrittura ma al contempo per la bellezza del racconto.
Anna Maria Buglione si lascia trasportare dai ricordi e rivive la sua vita nel corso di una lezione a distanza.
Lucia Caruso affronta il doloroso tema degli anziani in questa terribile tornata di pandemia, col suo racconto restituisce dignità ai nonni troppo spesso depositati in residenze per anziani.
Di estrema delicatezza la favola di Mario Collarile, che fa riflette su come un male terribile può trasformarsi in una cosa preziosa. E come ha ragione questo scrittore, posso testimoniarlo in prima persona nei trentadue anni di lotta e cammino fino a giungere a un buon livello interiore.
Stupendo come le sue lezioni il racconto di Luigi De Nicola che involontariamente aggancia l’esplosione della supernova Betelgeuse, evento pericolosissimo per il pianeta, al racconto precedente; non tutti i mali vengono per nuocere e, secondo il racconto scientifico, l’esplosione di una stella immise le informazioni chimiche della vita sul pianeta.
Il racconto di Elio Galasso, Maestro tra i Maestri, è tutto dedicato alla sua Benevento che appare come femmina a volte ritrosa, a volte sciatta, a volte misteriosa. Si legge tra le righe ironia e amarezza, la consapevolezza di ciò che poteva esser fatto ma non è stato fatto e non si fa; stato questo che lamentano tutti quanti hanno sensibilità storica e cultura del vero.
Gianni Ghiselli dimostra come può dare insegnamenti chi meno te lo aspetti raccontando una storia d’amore fuori patria.
Mi ha molto colpito il racconto di Bruno Menna, dissacrando un mito che mi portavo dentro fin da bambina. Figlia di invalido di guerra avrei potuto beneficiare delle vacanze in colonia come qualche mia amichetta che tornava a settembre con nuovi racconti, giochi e strofette da cantare, ma mio padre non ci permetteva di star fuori casa né rinunciava al nostro aiuto nei campi, così son cresciuta con questo desiderio immaginando chissà quali avventure. Ora trovo nella storia di Bruno una sorta di campo di concentramento dove gli aguzzini son le suore, le famose cap’e pezza, e mi torna in mente Fantozzi nel villaggio turistico.
A questo punto c’è il mio contributo che sembra quasi inappropriato nel contesto, essendo una favola, uno scritto per ragazzini, poi leggo il capitolo successivo e mi consola il racconto di Arcangelo Monaceliuni. L’autore immagina una spedizione di bambini moderni a sgominare un’organizzazione internazionale, responsabile della diffusione del Covid. Potrebbe diventare tranquillamente una graphic novel di successo.
Molto bello e commovente il racconto di Enzo Panella, un primo premio se avessi dovuto giudicarlo. Narra, con colorite espressioni napoletane, gli orrori della guerra e della miseria nei bui vasci della capitale partenopea, dei femminielli perseguitati dai Tedeschi seppur “usati”, meno bistrattati dagli Americani ma pur sempre ai margini della società civile. In questo squallore, un’anima di Dio innocente muore vittima della ritirata.
La presidentessa e curatrice dell’antologia, Adriana Pedicini, racconta con leggerezza la quarantena, convivenza forzata in uno stretto spazio domestico, dove il tempo e gli eventi mettono alla prova la serenità coniugale.
Avevo pensato che questo libro avesse a che fare col latino e a questo punto Mario Pedicini racconta di un momento scolastico, la versione di latino e il novello professore.
È un ritorno all’infanzia quello di Giovanna Reveruzzi, con la bellezza dei luoghi e dei ricordi, con l’amarezza di una piaga che non ha mai smesso di sanguinare. Colpisce la compostezza della nonna Marietta nel dolore della partenza per terre assai lontane, viaggi senza ritorno, e poi la disperazione della donna che strappa le lacrime al lettore, ma solo una madre può comprendere.
Infine ma non l’ultima per interesse antropologico, per bellezza del racconto, Lidia Santoro, già vincitrice di Echi di tradizioni nel 2019, porta alla luce una costumanza mai registrata in quel di Benevento, il dono della melagrana da parte della madre della sposa alla figlia. Un particolare questo che merita approfondimenti accurati in quanto si reitera per ogni figlia andata a nozze ed è corredato di una preghiera alla Madre, preghiera che purtroppo è andata perduta nella versione originale e che Lidia cerca di ricomporre, non è la stessa cosa ma il senso è quello. Lo stesso dono ho fatto a mia figlia il giorno delle nozze, inconsapevole di questo costume locale pur interpretando l’antichissima, originale sacralità del frutto. Nel caso di Lidia, la matriarca, in memoria di divine Madri, intesse quel cordone che unisce il femminino nella storia dell’umanità. E Benevento, degno scenario della Zoccolara, delle Streghe, di Iside, è testimone di questo uso così arcaico e significativo. Dovremmo avviare uno studio più particolareggiato seguendo questo tema, con indagini scrupolose, chissà magari potrebbe essere il tema per un prossimo lavoro condiviso.

In ricordo di don Carlo Graziano, dal testo di Emanuele Grieco per gli ottant’anni dell’amico sacerdote

Don Carlo docet di Franca Molinaro

Avevo 24 anni quando iniziai il mio calvario di interventi, chemio, radio, con una sentenza del medico “Signora lei muore”. Due bambini piccoli, spesso affidati a mia cognata Flora. A quell’epoca non si aveva idea di cosa fosse un devastante tumore, lo scoprimmo in seguito a mie spese. Mia suocera, santa donna, ebbe il giusto sentore che solo un aiuto divino avrebbe potuto salvarmi; fece voto a Sant’Antonio di far indossare il saio alla mia bambina se io non fossi morta, allora Marianeve aveva quattro anni. Io non volevo imporle questo sacrificio, non mi sembrava giusto infliggerle altre prove e avevo proposto di indossare io l’abito del voto ma non ci fu verso. Venne il tempo di assolvere alla promessa. Era il periodo della tredicina di Sant’Antonio e con mio marito e mia suocera portammo Marianeve davanti al Santo per la vestizione. Ricordo perfettamente il bel sacerdote venuto, come ogni anno, dall’America, da lui ci confessammo e io espressi il mio disappunto. Lui mi disse precisamente: “Il voto non vale, è come fare il regalo a qualcuno con i soldi di un altro”. Avevo conosciuto don Carlo. In seguito ebbi modo di confermare le prime impressioni su quel bel misterioso sacerdote che in due parole aveva confermato il mio disappunto. Mia figlia indossò il saio per un anno, don Carlo tornò in America, io continuai la mia guerra col cancro. Le giornate spese tra ospedali e sala d’attesa, mi riportarono a studiare, fu allora che immaginai di scrivere un testo su Morroni e venderlo ai Morronesi, per poi donare il ricavato per la ricostruzione della chiesa della Madonna della Neve. Naturalmente, tranne un paio, nessun Morronese fu mai interessato a leggere il mio testo. Fu interessato però Aldo Grieco che seppe del lavoro e volle conoscermi, mi consigliò di incontrare don Carlo per confrontarmi sullo scritto. Anche la mia giovane amica Adele Barbieri mi fece il suo nome, mi parlò molto bene di lui come studioso e mi indusse a cercarlo. Io, alle prese con il mio testo storico-antropologico, una sorta di enciclopedia sulla piccola contrada, una cosa che nessuno si era mai sognato di fare, senza un maestro reale, solo come esempi i testi consultati, ero desiderosa di consigli, di approvazioni, di rettifiche. E fu così che, accompagnata da mio marito, finalmente fui ricevuta da don Carlo; grazie all’intercessione di Aldo Grieco, lesse il primo brogliaccio, un dattiloscritto steso di notte, con l’attenzione di battere piano sui tasti perché gli altri dormivano. Ero timorosa di lui conoscendo i miei limiti, ero alla prima esperienza editoriale, ma avevo una bella faccia tosta e lo affrontai subito per permettere un rapporto tranquillo e trasparente. Gli dissi: “Caro don Carlo io son qui perché voglio sottoporvi il mio lavoro, ho bisogno dei vostri consigli”. Da allora ci frequentammo spesso e lui non fu parco di consigli, suggerimenti, indicazioni, dritte. Ancora oggi, quando scrivo, mi risuonano in testa le sue regole, mi ripeteva: ”Le note, non dimenticare di citare la fonte in ogni passaggio, ogni volta che riporti notizie, idee, date, tratte da altri autori, devi sempre citare la fonte: Autore, titolo del testo, casa editrice o tipografia, anno e luogo di stampa”. Nel tempo poi, gli amici ricercatori mi hanno confermato la teoria dimostrando che un testo è tanto più importante quante più note possiede. Ci vollero anni perché il mio testo avesse una forma decente, e poi anni perché ottenesse consensi dalle amministrazioni comunale e provinciale e vedesse la luce. Don Carlo mi sostenne sempre, dall’inizio fino alla correzione delle bozze, a volte anche in modo molto critico, ma aveva ragione. All’epoca non avevo il computer, non c’era posta elettronica, ci scrivevamo lunghe lettere con indicazioni, consigli, ma anche confidenze, era diventato un amico confessore in un clima che non era dei migliori per uno spirito ribelle ed anticonformista come il mio. Tornava in estate e c’erano tante novità da raccontarci, interrogativi su cui confrontarci, ipotesi storiche ed anche fantasie di certi personaggi. Ricordo che andavo definendo il capitolo sulla storia della chiesa della Madonna della Neve, le ipotesi sulla tela che i Morronesi definivano “bizantina”, pur avendo più volte riportato alla loro mente la storia dell’arte di quel periodo. Don Carlo scrisse anche uno dei suoi opuscoletti cercando di spiegare la leggenda e la storia del luogo, le caratteristiche del quadro, ebbene, quando distribuii il libricino ci attirammo l’inimicizia di alcuni e sollecitammo altri a costruire la storia dell’esercito di cavalieri ricoverati nella chiesa di campagna. Battaglia persa naturalmente, a lavar la testa all’asino si perde acqua e sapone, è per questo che nessuno è profeta in patria, né Cristo, né don Carlo, né io che, ahimè mi permetto questa presunzione. La distanza era enorme e rappresentava un grosso handicap per chi ha bisogno di interloquire, l’America era avanti in fatto di tecnologia e don Carlo mi esortava a comprare un pc per poter usufruire della rete e della posta elettronica, ce ne volle un po’, ma appena potei compare un computer per mio figlio approfittai subito per imparare. La connessione a Morroni arrivò più tardi ma finalmente era più facile scambiarsi notizie e messaggi. Ogni tanto lui stampava degli opuscoli sulla storia, le tradizioni, le chiese di Bonito, e le inviava a me per la distribuzione, ne ho regalati centinaia ma non so quanti sono stati letti e soprattutto quanto il popolo Bonitese è riconoscente allo storico più attendibile del paese. Ricordo quando scrisse sul convento di Sant’Antonio, allora non era ancora in programma la ristrutturazione, mi mandò tra i rovi a fare il sopralluogo, ricostruire la pianta, osservare e misurare gli ambienti, c’era un passaggio tra le spine e la prima cosa che trovai fu una cucciolata di bastardini, poi tutto lo stupore di un complesso monumentale in abbandono. Lui è stato sempre più avanti col pensiero, ha sempre studiato con rigore scientifico e immaginato cose cui noialtri siamo arrivati in seguito. Questo è comprensibilissimo perché uno spirito vivace, assiduo allo studio e messo in contatto con realtà differenti, apre velocemente i propri orizzonti spaziando agevolmente oltre i colli angusti e intuendo verità superiori. Poi arrivarono gli interventi al cuore, l’attacco alle torri gemelle, gli anni che pesano su ogni essere umano, don Carlo cominciò a temere una venuta a Bonito, la mancanza di strutture mediche confacenti al suo problema lo preoccupavano, lo spavento degli attentati, non è più tornato in paese. Per fortuna, a un certo punto arrivò Emanuele, la sua intraprendenza, il suo amore smisurato per Bonito, l’ammirazione per il grande studioso, portò a rendere sempre più popolare la figura di don Carlo. Gli ultimi testi curati da Emanuele hanno contribuito a mettere a punto tutti i particolari della storia di Bonito, il punto di riferimento però, resta sempre quella storia scritta tanti anni addietro, conservata nei cassetti della sua casa ‘mmiezz’a la chiazza, è quello il testo cui si fa riferimento in ogni occasione, è quello il testo che io più volte ho suggerito al Comune di acquisire per disporne ogni volta che arrivano forestieri a Bonito. Questo paesino di poche anime, grazie a don Carlo è stato tra i primi ad aver una storia scritta con cura, con dovizia di documenti, riferimenti su cui approfondire. Dopo il testo di don Carlo altri ne sono nati, rimaneggiamenti, aggiunte, rivisitazioni, ma la via su cui camminare resta sempre quella, la più precisa, la più scientifica, quella che non lascia spazio a fantasie o rivisitazioni storiche per puro campanilismo. Chi scrive di storia deve essere obiettivo e senza partigianeria che induce ad osservare con occhi velati, ma don Carlo, con occhi attenti ha studiato con amore il suo paese tanto da dedicargli gran parte del suo lavoro. Ora tocca a noi procedere nella strada da lui tracciata con la capacità di riconoscere la sua vera personalità.

Menesta asciatizza, a tavola con le piante spontanee dell’Appennino Centromeridionale, franca molinaro, La Bancarella Piombino- errata corrige

alle seguenti pagine si parla di:
pag. 48 Althaea officinalis
pag. 52 Asparagus acutifolius
pag. 55 Picris hieracioides ed Helminthotecha echioides
pag. 59 Arctium lappa, Borrago officinalis
Pag. 77 Crepis sancta, setosa, vesicaria
pag. 91 Leontodon rosanoi
pag. 99 Ulmus minor
pag. 105 Quercus sp.
pag. 110 Rosa arvensis
pag. 111 Rubus sp.
pag. 116 Succisa pratensis
pag. 119 Taraxacum sp
pag. 127 Ridolfia segetum
pag. 134 Satureja hortensis, Thymus longicaulis

“La Zoccolara”, una inquietante presenza nel cuore di Benevento, una testimonianza raccolta da Margherita Tirelli – Franca Molinaro

 A Benevento, nel centro storico, precisamente al Triggio, tutti conoscono l’inquietante e sonora presenza della Zoccolara. Son in molti a giurare di averla sentita passare nella notte battendo gli zoccoli di legno sul basolato della strada. Alcuni giurano di aver visto la sagoma presto inghiottita dalla nebbia, qualcuno dice che cavalca un cavallo e il rumore prodotto è quello degli zoccoli equini, altri ancora raccontano che batte lo zoccolo sull’inferriata del teatro romano. Ultimo caso è raccontato da Paola Caruso in “Santi, spiriti, streghe ed altre figure della storia e del folclore beneventano”, Edizioni realtà sannita, Benevento, e risale al 1990-91. Fu un giovane a vederla appoggiata a un muro, alta, magra e vestita di nero, credendola in difficoltà si avvicinò per soccorrerla ma la figura scomparve.  Tentare un’interpretazione di questa figura è cosa complessa considerata l’antichità dei culti presenti in Benevento e il loro accavallarsi. La demonizzazione di una Grande Madre primigenia, sia essa Ecate, Diana, o Iside molto di casa nella città, ne ha permesso la materializzazione. La Zoccolara appare come la sedimentazione di più culti pagani demonizzati dalla nascente religione cristiana. Ascoltando il popolo si ottengono diverse interpretazioni, qualcuno asserisce che la Zoccolara è lo spirito di una “erbaiola” morta in circostanze misteriose, per altri è una strega, una delle tante streghe della ben nota tradizione beneventana, qualcuno asserisce che tale strega aveva un difetto, era zoppa. Qualcuno più pratico invece, spiega che nella zona del teatro romano vi erano delle meretrici che ricevevano di notte nelle loro casette e, per evitare che in quelle strade vi circolasse troppa gente inventarono la storia della Zoccolara. Una spiegazione troppo semplicistica per giustificare un mito così radicato e importante. In Abruzzo, curiosamente, il termine Zoccolara indica l’esponente di un gioco di gruppo, ne scrive Antonio De Ninno in . Un circolo di bambine curve si toccano con le teste e non vedono cosa accade alle loro spalle. Una bambina esterna al circolo, la Zoccolara, ha in mano uno strofinaccio legato come un grosso topo, la “zoccola”, che consegna a una del circolo. Chi riceve la zoccola dà un colpo sulla spalla della compagna che la precede, la quale fugge perseguitata dalla Zoccolara. Dopo un poco rientra nel cerchio e il gioco riprende.
Ma torniamo alla nostra Zoccolara con una testimonianza di pochi decenni or sono. Il racconto che segue è una testimonianza raccolta da Margherita Tirelli presso la mamma di una sua coetanea:

Me lo avevano raccontato ma non avevo mai voluto crederci. Tutte fantasie, solo per metter paura. Questo pensavo. La mattina del nuovo 1960, a Benevento, pare che anche  il Signore del Cielo avesse dimenticato di voltare pagina al calendario. Di buon’ora,ancor prima dell’alba, col fiato grosso e con l’alito sulle labbra per il freddo sferzante, percorrevo il Triggio per imboccare Via San Filippo.  Una fitta nebbia che mi impediva di vedere anche i piedi, un freddo bagnato le cui gocce contavano tutte le mie ossa,mi spingevano ad affrettare il passo e ad avvolgere più forte il lungo scialle attorno al corpo. Comare Filomena mi stava aspettando per la siringa.  Diceva che avevo una mano di fata e non solo, ma anche il dono della delicatezza e della pazienza.  In cambio, poi , lei mi dava il lievito per il pane, per i taralli, per le zeppole. Così i miei pensieri si affollavano, si incrociavano, si mescolavano in un tumulto silenzioso come la strada vuota che avevo davanti. Il selciato era umido e a tratti debolmente illuminato dalla luce fioca dei lampioni; tutto intorno un silenzio gelido, disturbato solo dal rumore ovattato dei miei passi. E fu allora che accadde…

Ebbi sentore di uno scalpitìo in lontananza. Più si avvertiva vicino, più si faceva frenetico. Allungai il collo e aggrottai le sopracciglia nel tentativo di mettere a fuoco qualcuno, o qualcosa. Ma meritavo di ricevere solo il gelido bianco del freddo e la nebbia intorno.    Un cavallo, pensai.  Ma subito mi resi conto che non poteva essere.  Il cavallo  “fa un rumore a quattro zampe”.  E poi la presenza di un animale l’avrei percepita subito, per istinto.  Sentivo il rumore più forte, più vicino. Ma nessuna presenza. Aspettavo incuriosita. All’improvviso, in un lampo che squarciò anche la nebbia, scorsi una sagoma deforme, scura,più nera della terra dei morti. Un brivido mi corse per tutto il corpo. Anche i denti tremavano. Come un sortilegio riuscito,  ero pietrificata. Un improvviso silenzio innaturale mi gelò il cuore. Il mio  sguardo era fisso su un volto livido, su occhi spiritati e lucenti e su un naso sfuggito dalla grazia del Creatore.  La vidi, funerea da capo a piedi. Mi fissò, malefica,arcigna e mi sputò il suo veleno. ” Che vuoi? Che mi guardi?”  gracchiò  perfida e sprezzante.  E mi sputò tutto il suo veleno,le sue maledizioni. Una litania macabra, accompagnata dalla musica dei suoi zoccoli. Avvertii la terra tremare sotto i miei piedi. Chiusi gli occhi per annientare l’immagine di quella figura spettrale davanti a me. Ora capivo e credevo a tutte quelle dicerie. La Zoccolara non era una fandonia. Tutto nel giro di pochi attimi! Fui grata al suono dei suoi zoccoli, frenetico ma debole . Si stava allontanando.  E come in un sogno inquietante, sparì nella nebbia. Solo allora riaprii gli occhi. Tutto si era ricomposto secondo Natura: la nebbia, il freddo, il silenzio, la terra sotto i piedi. Ultimo, solo il suono degli zoccoli in lontananza, più lento,come il rintocco di una campana a morte.